Se il cambiamento non viene da noi.
Il prossimo 21 novembre dovrebbero svolgersi le primarie dei giovani democratici. Il condizionale è d’obbligo, considerando che la data precedentemente scelta, ovvero il 17 e 18 ottobre, è stata rinviata su esplicita richiesta dei quattro candidati alla segreteria nazionale. Quest’ultimo empasse rappresenta solo l’ennesima falsa partenza della nuova giovanile; da più di un anno, infatti, le due vecchie organizzazione generazionali di Ds e Margherita discutono, senza soluzione di continuità, di strutture, modelli organizzativi, realtà territoriali. I risultati di questo lungo dibattito interno non sono stati di certo esaltanti: dopo un anno si è riusciti a scrivere una bozza di manifesto dei valori, per giunta non condiviso con la base, e si è fissata una data per le primarie (assunte ormai come unico metodo democratico di selezione sic!) successivamente rinviata sine die. A peggiorare ulteriormente le cose ci ha pensato la stampa che, non perdendo neanche la più piccola occasione, non ha lesinato critiche, se non addirittura sbeffeggiamenti, ai giovani dirigenti democratici. Uno start-up, quindi, difficoltoso causato però da tanti fattori. E’ innegabile, ad esempio, che voler unire due tradizioni, la post-comunista e la democratica cattolica, contingentandola a dei tempi stretti, abbia rappresentato una sfida impervia per degli under trenta. Come mettere insieme, ad esempio, l’associazionismo cattolico e il laicismo, la professione pubblica di fede e l’intimità del proprio credo? Non essendoci ricette precostituite a tali interrogativi e apparendo, francamente, fragile la dottrina veltroniana del “maanchismo”, si è arrivati, ad un anno esatto dalle primarie del Pd, a risultati contraddittori frutto del compromesso piuttosto che di un nuovo e vero slancio ideale. L’impressione, infatti che si è avuta, è che in questi mesi, il tavolo promotore nazionale della nuova giovanile, abbia lavorato diviso ottenendo, in fine, solo un compromesso e non un nuovo e coraggioso percorso. Ritenendo che si poteva fare di più e meglio, credo, di contro, che l’aver comunque trovato una strada comune per le primarie metterà la nuova classe dirigente nelle condizioni di poter fare quello che sino ad oggi non si è osato fare. Le sfide che ci attendono sono tante. La prima, quella più importante, è il riuscire a creare una giovanile trasparente, pulita, capace di resistere alle ingerenze degli adulti. Non è infatti un mistero che la partita che si è giocata nella fase fondativa sia stata anche, e soprattutto, una partita tra correnti. Nella neonata giovanile si sono riproposte, infatti, tutte le divisioni correntizie esistenti nel Pd, con il serio rischio che le tensioni interne tra leader si trasferissero anche ai giovani. Ma se a Roma a “litigare” erano ad esempio Veltroni e D’Alema o Fioroni e Franceschini, nelle periferie si è arrivati a dividere cencellianamente financo i CPP! Il rischio concreto, quindi, è che in futuro ci si accontenti singolarmente di non dispiacere troppo, in un’ottica di cooptazione personale, il proprio deputato di riferimento, piuttosto che osare collettivamente. Eppure oggi, come non mai, sarebbe il caso di agire generazionalmente con l’obiettivo di costruire una giovanile prima, e una partito poi, che sappia rappresentare un’autentica novità politica, capace di trasferire sul piano legislativo ed esecutivo le nuove istanze della società. Solo con delle autentiche novità, che partano proprio dalla nostra giovanile, ci si potrà candidare, fra quattro anni, al governo del paese; se così non dovesse essere il progetto Partito Democratico rimarrebbe solo un’illuminante intuizione condannata ad ingrigirsi ogni giorno di più.
Francesco Leone